La famiglia Capizucchi, detta anche Capisucchi o Caposucchi, è ritenuta una delle più antiche famiglie del patriziato romano, con origini antichissime, probabilmente gotiche.

Il nome del Casato deriverebbe da quello dei Tun, una dinastia presente nel Tirolo e in alcune regioni della Germania, dove la Famiglia possedeva castelli e proprietà, con un blasone composto da una barra trasversale in campo azzurro e, come afferma lo storico Carlo de Lellis, «d’un istesso sangue siano, come da un sol tronco originati, i Capizucchi Romani, e i Conti di Tun in Germania, come vien confirmato dalla conformità dell’arme da entrambi d’un istesso modo sempre usate, e la reciproca corrispondenza, che come di sangue congiunti, d’età in età, continuamente hanno sempre queste due Case fra di loro tenuta».

 

La presenza della Famiglia in Roma viene registrata già a partire dalla fine del Trecento e a partire dal secolo XVI acquisisce il marchesato di Poggio Catino (1596), seguito da quelli di Montieri (1608) e di Fabro (1627).

I Capizucchi ebbero la residenza principale nel loro palazzo nel rione Campitelli, costruito nel 1580 dall’architetto Giacomo della Porta, poi modificato parzialmente tra il 1672 e il 1674 con la rielaborazione dei prospetti esterni e del portico per opera dell’architetto Carlo Rainaldi, e poi ancora con gli interventi di altri architetti per aggiungere l’attico nel secolo XVIII.

L’Historia della Famiglia Capizucchi scritta dal cardinale Raimondo Capizucchi nella seconda metà del secolo XVII, e conservata presso la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma nella sezione Manoscritti, ci aiuta a ricostruire le vicende di questa famiglia, a scoprire i personaggi di spicco della vita sociale ed ecclesiastica, le relazioni e gli imparentamenti con le famiglie più influenti e blasonate di Roma, a conoscere i rapporti economico-sociali con i grandi casati, come i Farnese nel secolo XVI.

 

La famiglia romana può annoverare diversi senatori e conservatori del Campidoglio, da Giovan Paolo di Nicolello Capizucchi nel 1361, a Jacobello Capizucchi signore di Turris Candulphorum (attuale Cecchina) nel 1375, e a Francesco Capizucchi nel 1662, nonché importanti personalità in campo ecclesiastico, come Antonio che fu canonico di Santa Maria Maggiore nel 1480 e Paolo (1479-1529), canonico di San Pietro e decano della Sacra Rota, e che partecipò al Concilio Lateranense sotto Giulio III e Raimondo, al secolo Camillo Biagio, figlio di Paolo e Ortensia Marescotti, che ricoprì diverse cariche presso la Curia Romana fino a partecipare al conclave del 1689, dove il suo nome venne inserito tra quelli papabili al soglio pontificio.

Nella costituzione benedettina i Capizucchi furono ascritti tra le famiglie del patriziato con Mario (morto nel 1760), dal quale discese Alessandro (morto nel 1785) e da questi Galeazzo (morto nel 1804) sino a giungere ad un altro Alessandro con il quale si estinse il casato Capizucchi-Marescotti nel 1803.

La famiglia era compresa tra le 60 famiglie coscritte nella Bolla “Urbem Romam” promulgata da papa Benedetto XIV nel 1746, con la quale istituì ufficialmente l’Albo della Nobiltà Romana con la compilazione e il deposito presso la Congregazione Araldica del Senato Romano dei cognomi e degli stemmi delle famiglie che ne facevano parte.

Oltre ai feudi di Catino, di Poggio Catino, Montieri e Fabro, i Capizucchi furono proprietari di varie tenute nei dintorni di Roma, molte delle quali elencate in atti notarili, documentate in lettere private o riportate nella Historia della Famiglia Capizucchi, la quale venne scritta tra il 1673 e il 1681 e prese in considerazione gli avvenimenti dalle origini della famiglia sino all’ultima generazione effettiva dei Capizucchi, terminata con Francesco, fratello del cardinale Raimondo, nel 1670.

Oltre alle grandi proprietà, i Capizucchi traevano le cospicue rendite dai possedimenti rurali pur non esercitando direttamente alcun mestiere, come sostiene lo stesso cardinale: «senza essersi mai avvilita à professione meno decente che potesse pregiudicare alla sua nobiltà», oltre che a considerare che la «mia Casa si può gloriare di non haver fatto mai simili professioni et è una delle più pure famiglie di Roma».

I casali, quantificabili in una quidicina e acquisiti in seguito a doti matrimoniali, sono ubicati quasi tutti nella zona a sud di Roma, soprattutto nelle vicinanze delle vie consolari.

In particolare Castel di Leva (o Pogetti) acquistato da Paolo Capizucchi, padre del cardinale Raimondo e di Francesco, che nel 1675 aveva una consistenza di 60 rubbia e rendeva circa 500 scudi all’anno. Confinante con le tenute di Castel di Leva, Falcognani e Fiorano, esisteva un altro appezzamento di terra, denominato Pedica Cavalloni, di 66 rubbia e mezza e appartenuto anch’esso alla famiglia Capizucchi sicuramente sino al 1675.

 

 

Questo terreno, in una relazione di Raffaele Canevari eseguita per conto del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio nel 1874, veniva chiamata ancora Tenuta Capizucchi. Di proprietà dei fratelli Piacentini, la Tenuta aveva una superficie complessiva di 118,51 ettari, con estimo censuale di £. 39.043,90, e in essa vi era «un fosso il quale raccoglie le acque piovane, e si asciuga subito dopo il passaggio di esse» oltre ad esserci «un fontanile con poca acqua che di estate alcune volte manca».

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